Opera

BABEL (don Chisciotte)

Marco Toso Borella

Murano Glass Gold Graffito 3D – Flat

2026

115 x 90 cm

In Babel il Vetro di Murano diventa una “tela filosofica” sulla quale l’autore incide una radiografia spietata del XXI secolo. Don Chisciotte in bicicletta, armato solo dello scudo dell’identità e al grido della celebre invettiva fantozziana  in latino, sfida l’alienazione social e il “fake”. La torre- mulino è il mostro della nostra storia: dall’Universo di Keplero allo spartiacque dell’11 settembre crolla ogni illusione. Un’opera metafisica che denuncia il caos di lingue asservite a un unico messaggio: consumate!

In Babel, Murano glass becomes a “philosophical canvas” upon which the author incises a ruthless X-ray of the 21st century. A bicycle-riding Don Quixote challenges social media alienation and “fake” armed with the shield of identity and shouting the famous Fantozzian invective—in Latin. The tower-windmill is the monster of our history: from Kepler’s Universe to the watershed of 9/11, every illusion collapses. A metaphysical work denouncing a chaos of languages subservient to a single message: consume!

ANALISI

BABEL: il manifesto estetico e filosofico di Marco Toso Borella

L’opera Babel si configura come il vertice della maturità tecnica ed estetica di Marco Toso Borella. Opera iconica della mostra alla quale dà il nome, è attualmente l’opera di dimensioni più grandi realizzata dall’artista muranese. Attraverso l’uso della tecnica proprietaria del Murano Glass Gold Graffito 3D declinata su supporto vitreo multistrato “flat”, l’artista compie un’operazione culturale complessa: recupera la millenaria tradizione veneziano-bizantina della lavorazione a foglia d’oro zecchino 24k, traghettandola nelle tensioni, nelle velocità e nelle contraddizioni della contemporaneità. La tela vitrea muranese, caratterizzata da una vibrante texture a tessere azzurre che rievoca i grandi mosaici marciani e le vetrate gotiche, dialoga per contrasto con la stratificazione plastica dell’oro. La superficie aurea perde ogni funzione meramente decorativa per farsi materia viva, graffiata con precisione chirurgica. È proprio attraverso questa azione incisoria che emergono i volumi, i chiaroscuri e la narrazione, trasformando la fragilità intrinseca del vetro in un solido e imponente monumento visivo.

L’iconografia: il mito letterario, il trauma storico nella torre-mostro

L’opera è dominata da una potente spinta verticale. Alla base poggiano i simboli della stabilità storica e culturale e le architetture classiche lagunari, le quali vengono tuttavia progressivamente fagocitate dalla mostruosa evoluzione della Torre di Babele, l’archetipo biblico della superbia umana, della frammentazione dei linguaggi e dell’incomunicabilità. Nella visione di Toso Borella, questa struttura architettonica subisce una metamorfosi concettuale, fondendosi con l’iconografia dei mulini a vento di Cervantes. Salendo con lo sguardo, la torre-mulino si muta in un mostro antropomorfo, un titano asimmetrico e geometrico dalle molteplici braccia tese verso l’esterno. Al vertice di questa spaventosa struttura, la torre culmina nella terrificante figurazione del Lucifero dantesco con le sue tre teste, i cui volti urlanti rimandano all’angoscia espressiva del barocco, della scultura metafisica e del cinema espressionista del primo Novecento. Come nell’ultimo canto dell’Inferno della Divina Commedia, dove il re degli inferi è intrappolato nel ghiaccio e rappresenta il motore immobile del male e della totale assenza di comunicazione, qui il Lucifero a tre teste diventa il centro nevralgico della Babele contemporanea: tre volti che si sovrappongono e urlano nel vuoto, simboleggiando la trinità rovesciata dell’algoritmo, della tecnocrazia e della mercificazione. Questa ascesa rappresenta visivamente la tesi centrale della mostra: la transizione dalla civiltà umanistica alla nuova Babele iper-tecnologica e alienante del XXI secolo.

Il vertice apocalittico: le torri gemelle, la Croce e l’universo di Keplero

La riflessione sul crollo dei linguaggi e sulla fragilità delle civiltà si acuisce nella parte superiore dell’opera, dove la verticalità di Babele – presieduta dalla spaventosa triade dantesca – si affianca a un esplicito e drammatico richiamo alla storia recente: le Due Torri in fiamme. La rievocazione del trauma collettivo dell’11 settembre diviene qui il simbolo geopolitico e filosofico della fine di un’era. In questo scenario drammatico, la sagoma di un aereo in volo si trasforma in una croce, operando un profondo cortocircuito visivo in cui lo strumento della distruzione tecnologica si sovrappone al simbolo millenario del martirio, del sacrificio e della fede. Subito al di sotto di questa drammatica intersezione, incastonato proprio nel mezzo delle due torri ferite, l’artista inserisce una raffinata e rigorosa geometria celeste: la struttura geometrico-astronomica dell’Universo di Keplero. Questo diagramma cosmologico, basato sui solidi platonici e sulla ricerca dell’armonia universale (Mysterium Cosmographicum), viene qui violentemente squarciato dal fuoco e dalla linea di faglia della storia moderna. Posizionando l’ordine perfetto dell’universo kepleriano sotto il segno della croce-aereo, Toso Borella mette in scena il cortocircuito definitivo: la pretesa umana di imbrigliare il cosmo in una perfetta armonia matematica crolla di fronte all’irruzione del caos, del conflitto e dell’incomprensione globale, trasformando il vertice del quadro in una complessa meditazione sul destino e sulla fragilità del pensiero scientifico e spirituale.

La maschera del Falso: la denuncia del “Fake Glass”

Proprio al centro della composizione, incastonata nel cuore pulsante della torre-mostro e immediatamente sotto il dominio delle teste luciferine, emerge un elemento cruciale: una maschera inquietante marchiata dalla scritta “fake glass”. Questo dettaglio non è soltanto un tassello della narrazione allegorica globale, ma costituisce il nucleo di una precisa e militante dichiarazione poetica. Marco Toso Borella, da sempre instancabile difensore dell’autenticità del Vetro di Murano, utilizza la tela aurea per sferrare un attacco frontale contro la contraffazione che minaccia la sua isola. La maschera del “fake glass” rappresenta l’inganno commerciale, la perdita di identità e la speculazione che svuota di significato la secolare tradizione millenaria per ridurla a souvenir seriale di importazione. Posizionare questa denuncia al centro del totem di Babele significa equiparare la falsificazione artistica alla corruzione dantesca dei linguaggi: in un mondo che ha smarrito la capacità di comunicare e di riconoscere il vero, il “falso vetro” diventa il simbolo perfetto dell’alienazione contemporanea, contro cui l’artista si scaglia con fermezza istituzionale ed etica.

L’eroe solitario: il don Chisciotte della Mancia

“Non è un mulino a vento!”, sembra urlare l’uomo in primo piano: Don Chisciotte della Mancia, l’archetipo dell’idealista scambiato per folle. L’artista compie qui un’operazione pop e dissacrante: il cavaliere è spogliato del suo storico destriero Ronzinante e si trasforma in un uomo del nostro tempo che avanza a bordo di una bicicletta sgangherata – un mezzo di trasporto squisitamente umano, “lento” e analogico rispetto alla velocità digitale del mostro che ha di fronte. In questo contesto, Don Chisciotte non combatte contro fantasmi interiori, ma è l’unico personaggio dotato di coscienza e lucidità, il solo capace di squarciare il velo di Maya delle illusioni collettive per vedere la reale mostruosità del presente e l’impostura della maschera centrale. Intorno a lui si muove una folla di figure grottesche ed alienate – i clown alla base della struttura – mentre un flusso di emoji fluttua sullo sfondo di un cielo azzurro, specchiato come le tessere di un mosaico antico.

Il cavaliere si protegge con uno scudo recante l’aquila, lo stemma araldico della famiglia Toso, storicamente identificabile dalla caratteristica “A” rovesciata posizionata sotto l’emblema. È la rivendicazione della tradizione identitaria, del know-how muranese e della memoria storica come unica vera difesa immunitaria contro l’alienazione e la falsificazione contemporanea: le proprie radici storiche e artistiche si fanno armatura protettiva.

Il cortocircuito semiotico: dal Latino a Hotel California

La cifra stilistica più dirompente risiede sul cartiglio-insegna posto sulla lancia dal cavaliere, dove l’aulicità e la solennità della lingua latina vengono utilizzate per tradurre una delle massime espressioni della satira cinematografica italiana del Novecento: la celeberrima invettiva di Ugo Fantozzi contro “La corazzata Kotiomkin”.

Questo innesto dissacrante si inserisce nella grande tradizione artistica del ribaltamento carnevalesco e assolve a una duplice funzione critica: La Smitizzazione del Linguaggio Artistico, rompe la rigidità accademica e la sacralità polverosa comunemente associate all’uso della foglia d’oro e alle grandi istituzioni museali. La Denuncia del Falso Intellettualismo, diventa un manifesto di ribellione contro i dogmi culturali precostituiti, i linguaggi manipolatori dell’algoritmo e le “corazzate” ideologiche della società di massa. Il latino, storica lingua del potere, viene usato per smascherare la retorica della Silicon Valley, definendo i social media e le app come sovrastrutture vuote, luoghi senza spazio e senza tempo. Un concetto amplificato dalle citazioni grafiche stratificate che richiamano la celebre Hotel California degli Eagles (colonna portante anche del repertorio della Big Vocal Orchestra diretta dallo stesso Toso Borella): un posto apparentemente adorabile, popolato da volti artificialmente sorridenti “che salutano sempre”, ma da cui è impossibile fuggire. Il contrasto tra l’oro dominante (il colore del sacro) e l’azzurro frammentato del cielo crea una tensione fortissima. L’oro racchiude la figura umana e la torre, mentre il blu di sfondo richiama la luce fredda degli schermi retroilluminati dei nostri smartphone. Il cielo non è più l’infinito metafisico, ma uno sfondo digitale punteggiato da icone pop e loghi dei social camuffati, che incorniciano l’opera come le miniature di un codice medievale aggiornato al formato di Instagram.

L’antropologia del Consumo: la cornice pop e Feuerbach

E proprio nella cornice si consuma un ulteriore e raffinato livello di provocazione intellettuale. Se l’oro e il vetro nobilitano il cuore della composizione, la cornice ne delimita i confini sacralizzando elementi spudoratamente profani della nostra quotidianità consumistica: icone globali come la Coca-Cola, la Nutella, fino all’inserimento provocatorio di un preservativo. Lungi dall’essere una mera concessione all’estetica Pop, questo espediente trova una profonda radice filosofica nella celebre formula di Ludwig Feuerbach: “L’uomo è ciò che mangia” (“Der Mensch ist, was er ißt”). L’artista opera qui una trasposizione critica e spietata: se nel XIX secolo feuerbachiano si rivendicava l’unità tra mente e corpo per liberare l’uomo dalle astrazioni teologiche, oggi Toso Borella ci mostra come quell’unità biologica sia stata interamente colonizzata dal mercato. L’essere umano contemporaneo è diventato ciò che consuma, ciò che ingerisce e ciò di cui abusa, sia fisicamente che digitalmente. La cornice diventa così lo specchio biologico e culturale del nuovo uomo di Babele: un essere iper-connesso le cui funzioni vitali, affettive e persino sessuali sono costantemente mediate e brandizzate. Inserire questi simboli del consumo seriale nella cornice – storicamente il luogo deputato al decoro e alla protezione del sacro – significa ribaltare il concetto stesso di “nutrimento”, denunciando come la società contemporanea abbia ridotto la comple-ssità dell’anima a una lista di prodotti da scaffale.

Il vetro come “Tela Filosofica”

Babel è un’opera di un’attualità feroce. Riesce nell’intento più nobile dell’arte metafisica: utilizzare una tecnica che ha secoli di storia per fare una radiografia spietata al presente. Toso Borella non si limita a decorare il vetro; lo usa come una tela filosofica su cui incide, con la precisione di un chirurgo e l’ironia di un satiro, il dramma dell’incomunicabilità moderna e la mercificazione dell’arte.

“Con quest’opera non propongo una fuga nostalgica nel passato, ma lancio un preciso monito politico e sociale. È un invito esplicito a salire sulla bicicletta sgangherata di Don Chisciotte, ad armarci della nostra memoria storica e a riscoprire il valore terapeutico della verità e del pensiero critico di fronte al rumore bianco, ipnotico e alienante, della Babele contemporanea”.
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