Opera

ANGHIARI

Marco Toso Borella

Murano Glass Gold Graffito 3D

2026

170 x 70 cm

ANALISI dell’OPERA – Tra Rinascimento, Vetro e Rivoluzione Digitale


Immaginate di far dialogare il genio di Leonardo da Vinci, il dramma dell’11 settembre, la frenesia dei social network e la millenaria tradizione del vetro di Murano.
Tutto questo prende vita in «ANGHIARI», una straordinaria opera di vetro di 170×70 cm realizzata dal maestro Marco Toso Borella.
Questo lavoro rappresenta uno dei vertici assoluti della collezione BABEL, esposta nella culla del vetro mondiale: il Museo del Vetro di Murano.

L’opera non è un’ispirazione improvvisa, ma il traguardo di una ricerca durata una vita intera.
Fin dall’età di diciassette anni, infatti, l’artista ha studiato in modo quasi ossessivo i pochi bozzetti superstiti della Battaglia di Anghiari, il leggendario affresco perduto di Leonardo da Vinci.
Toso Borella ha voluto ricostruire quel capolavoro non per farne una semplice copia, ma per metterne a nudo l’anima filosofica: quella che Leonardo e Dante definivano la “matta bestialitade”, ovvero la follia della guerra che trasforma gli uomini in bestie e contagia persino gli animali.

Passato e presente si fondono in un labirinto visivo

L’opera si sviluppa come un racconto che si legge da sinistra a destra, poggiato su un pavimento in fuga prospettica tipico del Rinascimento.

A sinistra: La maestosa Torre di Babele si innalza verso il cielo tra montagne e mulini a vento che evocano l’onirico di Don Chisciotte e la nuova frontiera della guerra: i droni. È il simbolo dell’orgoglio umano, dell’istinto bestiale, del male ipertecnologico e della confusione delle lingue.

Ma lo spazio in cui si muovono gli attori di «ANGHIARI» è senza tempo, un limbo metafisico dove i secoli collassano l’uno sull’altro:
A sinistra, la maestosa Torre di Babele, la Zigurrat che si innalza verso il cielo tra montagne e mulini a vento che evocano l’onirico di Don Chisciotte e la nuova frontiera della guerra: i droni. È il simbolo dell’orgoglio umano, dell’istinto bestiale, del male ipertecnologico e della confusione delle lingue.

Al centro esplode il cuore pulsante della battaglia leonardesca. Cavalieri e destrieri si fondono in un groviglio muscolare selvaggio per impossesarsi di una bandiera fradicia d’odio. Sopra di loro vigilano due grandi occhi centrali, specchio di un «Dio tecnologico algoritmico» che tutto vede, controlla e censura.
Ma se guardiamo da vicino i guerrieri, l’anacronismo si fa ironico e provocatorio: tra lance e armature spuntano telefonini, loghi dei social network, cuffiette nelle orecchie per isolarsi dal mondo e persino i porta-cellulare da braccio usati dai runner moderni.
L’umanità combatte e si distrugge, ma è distratta e ipnotizzata dai propri schermi.
Nel caos spunta persino Pac-Man, icona dei videogiochi, qui usato come metafora dell’ingordigia della nostra società che tutto divora.

A destra il conflitto atterra nella nostra storia recente. La battaglia leonardesca si specchia direttamente nel dramma del crollo delle Twin Towers, ferite da una colata di fumo scuro. Eppure, proprio sopra le torri, un cielo limpido sembra aprirsi, un raro squarcio di luce che evoca una possibilità di speranza o una silenziosa tregua cosmica.

Una cornice che «parla» per emoticon

Se il centro dell’opera è dominato dal calore monocromo dell’oro, il perimetro esplode in un meraviglioso effetto vetrata di cattedrale. Questa cornice coloratissima, ricca di tessere musive e contrasti accesi, racchiude la scena come un orologio biologico della nostra civiltà.
Al suo interno si muovono delle emoticon tagliate a metà: faccine digitali che riducono le nostre emozioni più profonde (la gioia, il dolore, la rabbia dipinte nella loro realtà sul volto dell’Uomo di Vitruvio) a semplici pixel dimezzati, specchio di una comunicazione contemporanea ormai frammentata e superficiale.

Il valore per il mondo del vetro di Murano

Il valore di quest’opera trova il suo culmine nella tecnica del graffito su foglia d’oro che appartiene agli antenati della famiglia Toso Borella e usata per decorare piccoli oggetti e vasi preziosi. Il grande merito storico e artistico di Marco Toso Borella è stato quello di rivoluzionare questa tradizione, trasformandola da puro artigianato decorativo a linguaggio pittorico monumentale e concettuale.

Attraverso la tecnica del Murano Glass Gold Graffito 3D, l’artista stende una preziosissima foglia d’oro a 24 carati e smalti sul vetro e poi, con punte d’acciaio sottilissime, graffia la superficie per sottrazione. È un gesto potente e poetico che ricorda il celebre enigma “Cerca trova” che il Vasari lasciò scritto a Palazzo Vecchio a Firenze (sotto il cui affresco, secondo l’artista, è ancora nascosto il dipinto originale di Leonardo).

Il significato profondo all’interno di «BABEL». All’interno della mostra BABEL, quest’opera rappresenta il cuore politico e filosofico del percorso espositivo. La collezione riflette sul profondo conflitto tra il mondo reale e quello digitale, tra l’umanità biologica e l’alienazione tecnologica.

Usando lo splendore eterno dell’oro e la fragilità millenaria del vetro di Murano, «ANGHIARI» ci lancia un monito urgente: nell’era in cui siamo tutti iper-connessi, rischiamo di rimanere drammaticamente soli, sordi al grido d’aiuto del nostro vicino e prigionieri di una nuova, caotica Babele tecnologica.